Cinema du Desert: incontriamo Davide e Francesca – con formazioni diverse, ma uniti dalle comuni passioni per il cinema e per i viaggi – durante l’Anteprima del MalatestaShort Film Festival e in quell’occasione ci hanno raccontato il loro progetto, dalla genesi al rapporto con i film che scelgono di mostrare e all’accoglienza ricevuta, tra cooperazione, scoperte e proiezioni-punti d’incontro.

Com’è nato il vostro progetto?
D: Cinema du Desert è nato nel 2009 nel deserto del Sahara, in Mali, più precisamente vicino a Timbuctu: tutto è cominciato quasi per caso perché, dopo un incidente con il nostro camion, come viaggiatori non ci piaceva fare regali materiali o in denaro alle persone incontrate e, in quella specifica occasione, a chi aveva aiutato noi e il nostro mezzo a disinsabbiarsi per poter riprendere il nostro cammino lungo la pista. Così, visto che le persone erano tante, abbiamo deciso di regalare a tutti una proiezione. Da quel giorno non ci siamo più fermati.
F: Direi che il progetto nasce dall’unione di due passioni, quella per il viaggio e l’avventura e quella per la condivisione dei film e del cinema. Quindi è stata la combinazione di questi due elementi a dare vita a Cinema du Desert.

Una vita in viaggio da allora: dove siete stati in questi anni?
D: Ad oggi credo che siamo stati in poco meno di trenta paesi, in tre continenti, nello spazio (e nell’area geografica) compresi tra la Mongolia e la Costa D’Avorio. Quindi tanta Africa, tanta Asia centrale ed Europa.

Cosa proiettate?
F: Come diceva Davide, abbiamo ideato questo progetto insieme nel 2009; Cinema du Desert nasce perché vuole utilizzare le immagini come uno strumento comunicativo. Ci piace creare dei ponti tra culture diverse. Partendo da questo presupposto, facciamo vedere realtà lontane. Proiettiamo documentari incentrati su temi a cui teniamo molto (dall’ambiente alle condizioni di vita di popoli distanti, all’immigrazione), ma non solo. Opere per far conoscere mondi diversi: ci piace far vedere, ad esempio, la neve nel deserto del Sahara, piuttosto che come vivono in Africa gli abitanti della Mongolia.

Come scegliete i film da far vedere?
F: Quello che scegliamo dipende da dove ci troviamo e dal posto che ci ospita. L’obiettivo è sempre quello di creare dei punti d’incontro davanti a uno schermo e molto spesso sono il luogo e i popoli che incontriamo a guidarci in tal senso. E il registro che si crea varia e si modula di volta in volta: ad esempio, abbiamo proiettato film davanti a un migliaio di persone in Africa, scegliendo documentari sull’immondizia e sui rifiuti, parlando così dell’impatto dell’uomo sull’ambiente. Spesso abbiamo privilegiato film dalle tematiche importanti (mostrando opere, ad esempio, che trattavano di mutilazioni genitali femminili), mentre altre volte abbiamo invece preferito semplicemente creare momenti di puro divertimento; nei campi profughi in Grecia abbiamo deciso di proiettare Charlie Chaplin perché era comprensibile da tutti e perché ha portato un momento di leggerezza dove la leggerezza veramente non c’era.
Tanti temi sociali nel complesso
F: Si assolutamente. Parliamo attraverso i film di temi come – fra gli altri – l’impatto dell’uomo sull’ambiente, le questioni di genere, le mutilazioni genitali femminili, l’immigrazione irregolare.

Ci raccontate qualche esempio di quei “ponti tra culture” che menzionavate prima e che siete riusciti a creare grazie al vostro progetto?
F: In Mongolia abbiamo proiettato un documentario che si intitola Bebè e che racconta il primo anno di vita di quattro bambini nati in quattro cantoni diversi del mondo. Uno di questi piccoli protagonisti è proprio della Mongolia, quindi gli spettatori mongoli potevano rivedere la loro realtà in questo bambino, identificandosi nel contesto mostrato, ma – al contempo – vedere anche le differenze rispetto agli altri, conoscendo pure percorsi di crescita diversi attraverso le esperienze di questi bambini.
D: Quando in Costa D’Avorio abbiamo proiettato film scelti nell’ambito di progetti di comunicazione sull’immigrazione, abbiamo volutamente fatto vedere esattamente cosa accade nel deserto in Libia e cosa significhi entrare in un paese come rifugiato e senza documenti. In generale, le campagne che abbiamo fatto negli ultimi quattro anni in Africa avevano un focus particolare sulle immigrazioni irregolari e si è tentato di favorire la comunicazione di un contesto sociale “altro”, cercando di sensibilizzare soprattutto i giovani che vivono nei villaggi sulla realtà del fenomeno migratorio di tipo irregolare. Raccontando quindi con le immagini che tipo di viaggio aspetta il giovane migrante (dai documenti richiesti nei paesi di arrivo ai mille imprevisti), abbiamo spiegato cosa comporta la condizione di clandestinità.

In Italia che film proiettate?
D: In Italia abbiamo un focus particolare sviluppato in quest’ultimo anno incentrato sull’ambiente e sugli obiettivi dell’”Agenda 2030” che cerchiamo di promuovere sullo sviluppo sostenibile.

In che modo l’aspetto della sostenibilità s’intreccia al vostro progetto?
D: Nel corso di questi quasi tredici anni abbiamo percorso più di 150 mila chilometri con il nostro cinema itinerante e il camion è alimentato a energia solare: dal 2013 sul tetto ci sono dei pannelli appositi. Tra il 2013 e il 2015 il sistema è stato ottimizzato e da allora funziona benissimo: ci permette una autonomia di sei-sette ore grazie alla quale possiamo realizzare le nostre proiezioni ovunque noi siamo, consentendoci quindi di arrivare in qualsiasi luogo, anche dove non ci sono né allacci, né corrente elettrica. Inoltre, il nostro è un cinema green a tutti gli effetti perché le emissioni di CO2 prodotte dal camion vengono poi calcolate e compensate attraverso la piantumazione di alberi.
F: Ci piace azzerare – o cercare di azzerare – la nostra impronta sull’ambiente piantumando alberi e collaborando a nostra volta con altri progetti di cooperazione. C’è quindi anche uno sfondo sociale di più ampio respiro in ciò che facciamo.

Che forme di cooperazione perseguite? Con chi collaborate?
F: Ci teniamo molto a sviluppare piccole forme di cooperazione attraverso programmi specifici. Siamo operativi in particolare in Africa perché è uno dei territori che conosciamo meglio e dove abbiamo appoggi e contatti fin dalla nascita del nostro stesso progetto: già allora infatti chiedemmo delle informazioni dettagliate all’ONG “Bambini nel Deserto” di Modena.
D: L’ONG “Bambini nel Deserto” è stata la realtà che ci ha supportato sempre e da quando siamo nati: ha permesso al nostro progetto di esistere nei primi anni, soprattutto sostenendolo anche economicamente, oltre che a livello motivazionale. Tutto questo è stato reso possibile grazie a loro, anche se, nel tempo, abbiamo comunque incontrato anche tante altre piccole grandi forme di partecipazione. Abbiamo conosciuto e avuto tanti compagni di viaggio (a cui va il nostro grazie) e che, nel corso degli anni, si sono susseguiti e hanno scelto di avvicendarsi al nostro fianco come vicini di cabina e di vita, per periodi lunghi mesi trascorsi in giro per il mondo. Ognuno ha dato il suo contributo alla causa.
Si tratta sicuramente di una causa – di viaggio, di cinema e di scoperte – tanto affascinante quanto totalizzante
F: Questo è un progetto di vita: nel corso degli anni ci siamo migliorati e ci auguriamo di andare incontro a continue migliorie lungo il nostro percorso. Come ci tengo sempre a puntualizzare, noi non siamo un service tecnico. Dentro questo camion c’è una famiglia, c’è una scelta fatta di tanti progetti paralleli in continuo divenire ed è per questo che facciamo ciò che facciamo.

Intervista a cura di Sara Fiori e Valentina Togni, realizzata in agosto 2021.