Logo fic 1500 x 2300 Mesa de trabajo 1                "Focus cortometraggi Terra e comunità" 

Nel 2021 il MalatestaShort Film Festival ha avviato una collaborazione con FIC Wallmapu, il festival internazionale di cinema indigeno di Temuco, Cile.
Il primo appuntamento è venerdì 30 luglio 2021, con la serata Tierra y comunidad / Terra e comunità, ospiti all'interno della programmazione di Spinadello a Forlimpopoli. https://www.spinadello.it/event/terra-e-comunita/
Qui un bell'articolo del festival cileno in cui parla di questa collaborazione e che abbiamo tradotto per il pubblico italiano.
https://www.ficwallmapu.cl/en/2021/07/19/ficwallmapu-y-malatestashort-alianza-en-quinto-ano-del-festival-italiano/

Ficwallmapu e MalatestaShort: un’alleanza per la 5^ edizione del festival italiano.
MalatestaShort, festival internazionale di cortometraggi con sede a Cesena, celebrerà la sua quinta edizione, in presenza, a Novembre di quest’anno. Già da Luglio inizieranno gli eventi estivi in varie sedi della città. Al fine di promuovere la circolazione e la diffusione del cinema dei Popoli Nativi, siamo stati invitati a partecipare sia alla curatela dei film, sia come giurati per la categoria Documentari durante l’evento centrale del festival.
Per questa edizione, il Malatestashort ha invitato Ficwallmapu nell’interesse di proiettare film già presenti nelle selezioni precedenti, film che secondo Luca Berardi – direttore artistico del Malatestashort (assieme a Valerio Montemurro) – e Manuel Zani – del gruppo di programmazione – corrispondono a “espressioni cinematografiche originali di culture che resistono al colonialismo, che continuano a vivere e si rafforzano”.
 Per quanto riguarda le selezioni del nostro festival, è stato evidenziato: “abbiamo apprezzato molte delle creazioni mostrate per la prima volta da Ficwallmapu, incentrate ad esempio sulla preservazione e sul rafforzamento della lingua, della medicina e della Cosmovisione. È interessante l’uso del linguaggio come arma per la decolonizzazione, per creare o riaffermare l’identità, raccontando di sé e scoprendosi, negandosi come oggetto di narrazione esercitata da altri”.
L’alleanza è stata definita dai membri del MalatestaShort come il preludio di una più stretta collaborazione tra i due festival, che vogliamo stabilire già dal 2022 e che in questa opportunità si presenta con alte aspettative, specie nella programmazione all’interno del cartellone estivo.
È fondamentale ricordare che Ficwallmapu ha sostenuto differenti opere di autori e autrici indigeni/e, scommettendo sull’auto-rappresentazione nel cinema, promuovendo l’internazionalizzazione di creatori e creatrici appartenenti ai Popoli Nativi.
 Calendario 
La programmazione corrispondente al cartellone estivo, che anticipa l’evento centrale, avverrà in presenza dal 30 Luglio a Cesena, con realizzazioni su differenti tematiche, territori di autori e autrici appartenenti a diversi popoli originari, lavori selezionati dal Gruppo Programmazione del festival italiano e precedentemente parte della selezione fatta da Ficwallmapu, con cinema indigeno, afro-discendente in Sud America e con un focus sull'Africa.
 Il primo evento è “Terra e Comunità” ed è confermato per il 30 Luglio 2021 a Spinadello (Cesena) con le seguenti creazioni:
 - Los dueños de la selva en peligro (Pueblos Awá Guajá, Tenetehara, Brasil, Mari Correa).
- 56 (Madagascar, África Marco Huertas). 
- Itrofill Mongen (Pueblo Mapuche, Wallmapu, Diego Olivos).
- Burkinabè Bounty, Iara lee

Traduzione a cura di Arminia Picardi

 foto 7 tratta da Los duenos de la selva en peligro di Flay Guajajara

 

 

Focus cortometraggi Terra e comunità

I corti di FIC Wallmapu (o del sismografo nel cinema contemporaneo)
Visioni e spunti di riflessione sul cinema breve

Parlare di cinema breve impone inevitabilmente una riflessione, seppur fugace, sul concetto di tempo.
La sua stessa definizione terminologica determina in primis una caratterizzazione basata sulla “misura” e sul metraggio, spesso posta in contrapposizione al “lungometraggio” fratello maggiore, nonché depositario principe ancora nel linguaggio comune (per fortuna non a livello critico!) di una riconoscibilità espressiva immediata (il cinema e i film si intendono in prima battuta e senza specificazioni nella forma non breve).
Un’altra definizione, spesso pragmatica e strumentale, enfatizza l’elemento temporale nell’accezione di un “prima” ed incasella il cortometraggio tra gli esercizi di abilità tecnica, rendendolo imprescindibile prova propedeutica al debutto nel lungometraggio. Gli esempi in tal senso, tra registi e cineasti, si sprecano fin dalla notte dei tempi.
Tuttavia, entrambe le sfumature dell’idea di tempo (il preludio al lungometraggio e la sua stessa variante in forma breve) appaiono riduttive.
Il cortometraggio diventa più interessante se si affranca la sua stessa peculiarità da ogni valenza comparativa, nel tentativo di inquadrare in tutta risposta la forma breve quale terreno inaspettato di libertà espressiva. Una sorta di “sottobosco” del cinema in cui tentare strade poco schematiche, a tratti insolite, non necessariamente né palesemente dirette verso racconti chiusi, ben definiti o rassicuranti. Forse il tempo può giocare un ruolo stimolante: nel corto la sfida è più viva perché è importante l’input, grazie alla forza totale delle immagini e all’istinto. Il cortometraggio, quindi, detiene e mostra il “suo” tempo, determinando sia forme di racconto proprie e variegate, sia urgenze ed esigenze narrative a sé stanti.
In un contesto culturale e mediatico dai linguaggi molteplici, tra contaminazione e perenne evoluzione, il cinema breve declina questa sua specificità in infinite possibilità espressive, sperimentazioni e nuove modalità di rappresentazione. Uno scenario che si configura per il corto quasi privilegiato – proprio per i suoi articolati legami con il cinema lungo, siano questi di marginalità o di autonomia – e che consiste nel mettere in scena la continua metamorfosi dei tempi e le ibridazioni di linguaggi, strumenti e temi, “schedando” a mo’ di misuratore atipico un presente in divenire. “La forma breve – citando le parole del critico cinematografico Gianni Volpi - si frantuma, si disperde in una pluralità di direzioni, forme, formati e strutture, microuniversi linguistici, sfide comunicative. Una forma espressiva che sfugge a ogni assunto e richiede uno sguardo rivolto non a ciò che è stato, ma a ciò che comincia appena a prendere forma nel nostro sistema culturale».1
Lo stesso Volpi menziona la sopra citata caratteristica dell’incessante cambiamento come propria del linguaggio e della narrazione del cortometraggio tout court:
«La varietà di ritmi, di apparenze, di approcci, di risvolti singolari svela e nasconde il segreto che ne è il cuore, quello di un cinema tra i più inquietanti e necessari: non specchio, ma sismografo di ciò che si muove».2
foto 2 tratta da Burkinabè Bounty di Iara Leefoto 3 tratta da 56 di Marco Huertas
Foto a sinistra tratta dal film "Burkinabè Bounty" di Iara Lee
Foto a destra tratta dal film "56" di Marco Huertas

Ecco allora che quanto detto fin qui si fissa nell’immagine molto suggestiva del sismografo. Nell’infinità delle proposte disseminate pressoché in ogni angolo del pianeta, che animano il panorama nazionale ed internazionale dei festival dedicati al cinema breve, il fermento sembra ricalcare la medesima pluralità di stimoli comunicativi che contraddistingue il suo stesso oggetto di interesse. L’universo festival si pone del resto da sempre come luogo di scambio, di trasformazione e di dialogo: l’esperienza del Fic (Festival Internazionale del Cinema e delle Arti indigene) di Wallmapu rappresenta dal 2015 a Temuco (in Cile) una preziosa occasione di confronto interculturale, in cui il cortometraggio si fa espressione dell’instabilità creativa e stimolante di contesti sociali, antropologici e territoriali in fermento. L’attenzione alle popolazioni indigene e l’intento di promuovere il cinema dei “nativi” di tutto il mondo ci restituiscono coraggio, immagini ed energia. Anche questi corti si disperdono in innumerevoli direzioni e fili in una assenza – non solo geografica – di confini. Corpi e storie trovano soprattutto grazie alla forza della forma documentaristica un linguaggio corale di riaffermazione identitaria che impedisce a questi popoli di essere oggetto di narrazioni altrui. Il cortometraggio, quindi diventa espressione di culture originali, che si impegnano a resistere al colonialismo e si configura come una vivida arma al contempo formale e performativa. Gli esempi dei brevi documentari del Festival diventano così importanti strumenti audiovisivi di autoaffermazione (e di autorappresentazione al cinema) di un Sé collettivo.
Lo dimostra 56lopera ambientata in una scuola di un villaggio del Madagascar: la sinossi è quella di una feroce esclusione: il pagamento annuale alla maestra di cinquantasei chili di riso per ogni bambino rende praticamente impossibile l’accesso all’istruzione per molte famiglie del paese. La storia lascia spazio a più voci e i micro-universi dei bambini s’intrecciano nel racconto del macro-pianeta comune che è il Madagascar: il regista Marco Huertas ricorda il paradosso vissuto durante i giorni delle riprese, tra la reazione felice della popolazione locale e la drammaticità insita nella precarietà della situazione.3
Anche Burkinabè Bounty è un documentario corale. A mostrarsi questa volta attraverso la forma breve del corto troviamo un campionario umano piuttosto eterogeneo. Agricoltori, attivisti, studenti, esponenti del movimento Slow Food e artisti raccontano la resistenza agricola e la lotta per la sovranità alimentare in Burkina Faso, un piccolo paese dell’Africa occidentale privo di sbocchi sul mare. Gli spunti e i racconti del reale sono plurimi: la volontà del popolo burkinabè in difesa delle tradizioni contro l’avanzare dell’agricoltura industrializzata passa attraverso tante sfide ed innumerevoli punti di vista, dalle donne in cerca di un brandello di indipendenza economica che vendono birra, ai giovani che scendono in piazza per manifestare contro colossi aziendali dell’agroalimentare come la Monsanto, fino ai musicisti hip-hop sulle orme di Sankara. Il cortometraggio qui è un vero strumento creativo di lotta che prende le mosse dalla realtà contemporanea e risponde alla mancanza di controllo (sul cibo, come sul futuro) del suo stesso terribile caos.

foto 3 tratta da Itrofill Mongenfoto 4 tratta da Los duenos de la selva en peligro di Flay Guajajara

Foto a sinistra tratta dal film "Itrofill Mongen"
Foto a destra tratta dal film "Los duenos de la selva en peligro" di Flay Guajajara


Itrofill Morgen è un corto ambientato a Tirùa, un villaggio di origine Mapuche situato nel sud del Cile. Qui le tradizioni e le pratiche legate al territorio rischiamo di scomparire a causa dell’industria forestale e delle monoculture di eucalipti e di pini. Le voci e i corpi resistenziali hanno in questa storia la forza e le fattezze un po’ infiacchite dall’età degli estranei Prosperino e Carmen, rispettivamente un guaritore di medicina naturale mapuche di sessantacinque anni e una accanita “riforestatrice” volontaria con quarantacinque primavere sulle spalle e semenze di piante autoctone tra le mani. Il doppio binario narrativo ed esperienziale restituisce allo spettatore tutta l’importanza e il valore di una battaglia in essere e del suo vivo fermento. Uno scompiglio che continua a vivere e si rafforza: lo spunto tematico ricalca gli stessi intenti che caratterizzano la natura in fieri propria di un linguaggio come quello del corto.
Infine, Los dueños de la selva en peligro mette in scena il dramma misconosciuto degli Awá Guajá, ormai uno degli ultimi popoli di cacciatori e di raccoglitori rimasti al mondo, che vive in territori indigeni ma invasi da abitanti non indigeni che mettono in pericolo la loro stessa sopravvivenza. Tutt’intorno, infatti, i villaggi civilizzati traggono il loro sostentamento dall’estrazione illegale del legame. Il documentario è una sorta di monito per il destino di un popolo.
Concludendo, nella realtà contemporanea, il corto si configura come una esperienza di linguaggio privilegiata e libera, capace, proprio in virtù della sua instabilità espressiva ed affabulatoria volta alla continua ricerca, di “registrare” per conto degli attoniti spettatori (per quanto illusori possano rivelarsi alle volte i tentativi) la complessità dei mondi che li circondano.
Come dimostrano anche le brevi riflessioni incentrate sui cortometraggi del festival Fic Wallmapu, in quest’ottica il corto si fa rivelatore di realtà, cambiamenti e di contaminazioni tra forme e ambiti ancora da scoprire, confermando così la sua natura di “segno dell’attualità del cinema.”4
Testo di approfondimento: Sara Fiori

I CORTOMETRAGGI CITATI DEL FESTIVAL Fic Wallmapu

56
Documentario, 29 minuti, 2016, regia di Marco Huertas;
Anno di Selezione Festival Fic Wallmapu: 2016
Paese: Madagascar
Tematiche: Diritti Umani, popolazioni africane e loro discendenti

BURKINABE’ BOUNTY
Documentario, 36 minuti, 2018, regia di Iara Lee;
Anno di Selezione Festival Fic Wallmapu: 2019
Paese: Bulgaria, Burkina Faso, Italia, Stati Uniti
Tematiche: Popolazioni africane e loro discendenti

 ITROFILL MORGEN
Documentario, 26 minuti, 2018, regia di Diego Olivos Achurra;
Anno di Selezione Festival Fic Wallmapu: 2018
Paese: Chile, etnia Mapuche;
Tematiche: Difesa del territorio, identità

 LOS DUENOS DE LA SELVA EN PELIGRO
Documentario, 14 minuti, 2019, regia di Flay Guajajara;
Anno di Selezione Festival Fic Wallmapu: 2019
Paese: Brasile
Temi: Difesa del territorio, ambiente

PER APPROFONDIRE
Bibliografia suggerita:

Gianni Volpi, Gaetano Stucchi, Corti d'autore. Film e video italiani (1980-1997), Lindau, Torino 1997
Sergio Arecco, Il cinema breve. Da Walt Disney a David Bowie. Dizionario del cortometraggio (1928-2015), Cineteca di Bologna, Bologna, 2016